Sei in: Storiamedievale ® Pre-Testi |
I
caratteri della Sicilia che noi tutti oggi conosciamo non derivano dal primo
“grande” regno di Sicilia, quello fondato nel 1130 da Ruggero II d’Altavilla ed estintosi nel 1282 con la rivoluzione del Vespro, ma sono in
gran parte derivati dal secondo “piccolo” regno di Sicilia fondato nel 1296
ad opera di Federico III d’Aragona, e soppresso nel 1816 da Ferdinando II di
Borbone. Per capire come avvenne questo passaggio dobbiamo partire dalla
rivoluzione del Vespro. Il Vespro non portò a risultati politici concreti, ma
tuttavia portò conseguenze di notevole valore storico per l’intera Europa.
La
rivoluzione del Vespro segna una specie di spartiacque: prima
del Vespro, per oltre due secoli al centro degli interessi delle potenze europee
(papato e impero) c’era stato il Mediterraneo (Crociate, spedizioni contro gli
Arabi, contro Bisanzio e il Nord Africa); dopo il Vespro assistiamo al tramonto
del ruolo egemone del papato e dell’impero, ed al lento spostamento
dell’asse geopolitico europeo verso l’Atlantico, dapprima per l’effetto
della guerra dei 100 anni tra Francia ed Inghilterra, e dopo a causa della
scoperta dell’America.
Il
Vespro da parte sua, spaccando in due il vecchio regno di Sicilia, lo privò del
ruolo di interposizione che aveva avuto tra l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente.
Il
regno spezzato in due tronconi non fu più in grado di essere soggetto politico:
la Sicilia insulare fu separata dall’Italia e dall’Europa, dai territori
peninsulari, e la “Sicilia” peninsulare fu separata dal Mediterraneo e
dall’Oriente; non solo, ma fu anche separata dall’Italia e dall’Europa,
perché le preoccupazioni di quest’ultima erano rivolte a sud, impegnata a
riconquistare o non farsi riconquistare dalla
Sicilia.
Ai
tempi del regno normanno (isola e penisola), il Regno di Sicilia era la via
naturale per l’Oriente; bloccata questa via, il Mediterraneo comincia a
perdere d’importanza e gli interessi si spostano verso l’Atlantico.
In
questo contesto la spaccatura del Regno di Sicilia può essere equiparata a uno
di quei fenomeni di modernizzazione che nel continente concorreranno a formare
gli Stati nazionali.
Dalla
rivoluzione del Vespro nasce infatti uno Stato nuovo,
non uno Stato voluto dalla Chiesa o dall’impero, ma uno stato voluto
da un Parlamento,
il Parlamento siciliano.
Contrariamente
a quanto stava avvenendo per Francia, Spagna ed Inghilterra, questo Stato non
nasce da un processo di aggregazione, ma da un processo di disaggregazione,
analogamente a quanto avveniva in Svizzera, Belgio, Olanda e Danimarca.
Certo,
alla fine del 1200 non è esatto parlare di vere e proprie nazioni, ma è
proprio in questo periodo che cominciano a formarsi le “nazionalità”, un
nuovo modo di concepire la propria identità, la propria storia e la propria
cultura.
In
Sicilia il primo fattore di carattere nazionale fu proprio il consenso popolare
unanime che portò all’elezione di Federico III d’Aragona. La cosa non è
irrilevante o relativa, bensì è significativa in quanto i siciliani si
aspettavano una discesa in armi degli Angiò determinati a riprendersi l’isola, ed il popolo si
preparava in maniera unitaria a difendere i propri confini. Nei comizi tenuti da Ruggero di Lauria a favore di Federico d’Aragona,
la frase finale era sempre: «Se volete voi (popolo) io sono pronto a dare
battaglia alle galee di re Carlo»; ed il popolo rispondeva: «Lo vogliamo
anche noi, andiamo a combattere il nemico» (cfr. De Stefano, Federico III).
Altri
atti significativi furono l’organizzazione delle strutture fondamentali dello
Stato (Federico presentò al parlamento un vero e proprio programma di lavoro,
un “contratto” con i siciliani, come si direbbe oggi) ed il titolo che il
nuovo re eletto avrebbe assunto.
Il
titolo, per l’epoca, non era cosa da poco: dal punto di vista dinastico
aragonese, il re avrebbe dovuto titolarsi Federico I; dal punto di vista della
cronologia dei re siciliani, egli avrebbe dovuto essere Federico II d’Aragona
- in quanto Federico, lo Stupor mundi, era I di
Sicilia e II per l’Impero); viceversa, dal punto di vista della
successione ereditaria avrebbe dovuto essere Federico III poiché era figlio di Costanza, figlia
di Manfredi e quindi nipote di
Federico II Hohenstaufen. Pertanto non poteva
titolarsi che III. Nonostante tutte queste elucubrazioni, Federico si titolò
III in
quanto terzo re Aragonese dopo Pietro e Giacomo (che non consideriamo nella
nostra storia); o almeno così dichiarò.
Per
il carattere ed il comportamento di Federico, la discendenza normanno-sveva di
parte materna non ebbe solo carattere nominale: Federico, come il suo avo
Ruggero II, fu fondatore di uno Stato, fu un abile condottiero ed un buon
legislatore, e come suo nonno Federico II fu carismatico, aggressivo,
filoimperiale e perennemente scomunicato.
Il
giorno stesso della sua elezione al parlamento presentò e sottopose ai
parlamentari le Constitutiones regales,
cui seguirono pochi mesi dopo i Capitula
alia, le Ordinationes generales
ed altri testi.
La
modernità federiciana sta proprio nel fatto che egli presentò e sottopose la
Costituzione
del Regno di Sicilia al giudizio del parlamento, e che fu promulgata
previa approvazione il giorno stesso dell’elezione del re, cercando con ciò
di dare un ordinamento allo Stato fin dal giorno del suo insediamento. Non
discuteremo della bontà delle leggi. Ve n’erano certamente di buone, come il
divieto di distruggere le case e le proprietà dei condannati a morte per reati
particolarmente gravi; e
di cattive come la politica antiebraica. Quello che importa in questa sede è
cercare di capire come si venne a creare un nuovo Stato.
Il
regno di Sicilia di Federico III ha come modello il regno di Aragona e
Catalogna, non quello di Ruggero II, né tanto meno quello assolutistico e
tirannico di Federico II. Interessante è riportare
(riassumendoli) alcuni punti del Patto costituzionale concordato tra
Federico III ed il popolo di Sicilia (Testa, Capitula
Regni Siciliae):
Punto
1° -
Il re di Sicilia ed i suoi eredi assumono come loro primo compito difendere la
Sicilia da qualsiasi nemico di qualunque ordine, grado e dignità.
Punto
2° - Il re di Sicilia ed i suoi eredi
devono sempre rimanere in Sicilia, rifiutando la concessione di altro regno o lo
scambio con del regno di Sicilia con altre offerte.
Punto
3° - Il re di Sicilia ed i suoi eredi non
possono e non devono stringere alleanze, dichiarare guerra o concludere pace con
chicchessia, compreso il papa e la chiesa di Roma, senza l’espresso consenso e
la piena conoscenza dei Siciliani.
Punto
4° - Il
re di Sicilia NON è un re assoluto, ma governa il paese e ne decide i
provvedimenti necessari al suo sviluppo insieme con il Parlamento.
Punto
5° - Il
Parlamento si riunisce una volta l’anno, il giorno di Tutti i Santi, in un
luogo dell’isola da stabilire di volta in volta. Il governo di un paese non
consiste infatti nella ordinaria, quotidiana attività amministrativa e
politica, ma anche e soprattutto nel por riparo agli errori, correggere i
difetti, incrementare le virtù, rinsaldare la giustizia, accrescere la
prosperità della cosa pubblica, favorire la crescita di ricchezza del paese,
perseguire la desiderata prosperità.
Punto
6° - Il
Parlamento è convocato dal re che lo presiede, ed è composto dai conti, dai
baroni, dai feudatari, dai sindaci delle città che siano idonei e
sufficientemente istruiti, nonché da altri soggetti opportuni ed utili in grado
di dare un efficace contributo alle decisioni da prendere (Il clero era
originariamente escluso, solo in seguito sarà chiamato a farne parte).
Punto
7° - Il
compito di ogni membro del parlamento è di provvedere insieme al re a tutto
quanto procuri ed esalti lo stato sano e felice della monarchia, della stessa
isola ed in modo particolare di tutti i siciliani.
Punto
8°. Il parlamento deve anche funzionare
come camera di giustizia ordinaria, esaminando e punendo i difetti, le
negligenze, gli eccessi dei giustizieri, dei giudici, dei notai e degli
ufficiali, sui quali i sindaci delle città devono portare tutte le informazioni
necessarie.
Punto
9° - Il Parlamento deve anche funzionare
come camera alta di giustizia, eleggendo a tal fine 12 uomini nobili ed
assennati che esaminino e decidano con sentenze inappellabili le cause criminali
dei conti, dei baroni e dei feudatari.
Non
male! Peccato che i 90 anni seguenti furono
impegnati nella guerra contro Napoli e gli Angiò! Non potevamo certo essere da
meno di Francia e Inghilterra! Non una guerra di cent’anni (Napoli e Palermo non erano certo Francia ed
Inghilterra!). Ma una di novanta
ci
stava bene!
Il
Parlamento per i siciliani non era certo una novità; lo avevano introdotto i Normanni, lo aveva “modernizzato” Federico II
che vi aveva chiamato a farne parte anche le rappresentanze cittadine, e nella sua composizione anticipava di 30 anni quello inglese; ma questo
di Federico III era
ancora più avanzato, avendo, almeno sulla carta, un ruolo propositivo e
partecipativo nella elaborazione delle leggi.
Federico
III introdusse infatti il metodo della legge “pazionata”, dal latino pactionare, patteggiare, concordare.
Il
punto principale di questa costituzione era comunque il potere che il parlamento
aveva di eleggere il re, alla maniera dei principi tedeschi grandi elettori del
re di Germania e dell’imperatore. Ma a differenza dei grandi elettori, il
parlamento siciliano rappresentava anche il popolo e non solo i grandi
feudatari. In verità altre volte il parlamento siciliano aveva eletto i suoi re
(Tancredi, ad esempio), ma questa volta il re non era eletto solo per grazia di
Dio, ma anche per volontà del
popolo di Sicilia. Cosa che fu puntualmente e pubblicamente riconosciuta
da Federico al momento della sua elezione.
Purtroppo
però, nonostante la bella costituzione, Federico si mostrò miope riguardo la
libertà per le città demaniali, ed anziché favorirne lo sviluppo come
avveniva in Aragona, in Catalogna e nei liberi Comuni italiani, le soffocò non
includendole nel patto costituzionale; ed aumentò invece il potere baronale
ripartendo il demanio statale fra i membri della famiglia reale e fra notabili
Aragonesi,
proprio quando nel resto d’Europa il potere feudale cominciava ad
affievolirsi.
Questo
comportamento si può giustificare considerando che il re non aveva radici
dinastiche nell’isola ed analogamente a quanto avevano fatto i Normanni, cercò
di circondarsi di sudditi a lui fedeli richiamandoli dall’Aragona e offrendo
loro ricchi feudi.
Fermo
restando che Federico è stato il primo re costituzionale di Sicilia, cerchiamo
ora di vedere cosa successe durante il suo regno e quali furono le conseguenze,
cercando di esaminare sia la politica interna che la politica estera, che nel
caso della Sicilia erano strettamente connesse allo stato di guerra con Napoli,
la quale non era disposta ad accettare la spaccatura del vecchio regno.
Un
primo punto da tenere in considerazione è che Federico al momento
dell’incoronazione si era titolato Rex
Siciliae, ducatus Apuliae et principatus Capuae (era questo il titolo
ufficiale dei re del vecchio regno di Sicilia fino a Federico II), da intendersi
come qualifica ereditata tramite la madre Costanza (figlia di Manfredi e nipote
di Federico II). Anche Pietro e Giacomo d’Aragona avevano assunto questo
titolo, e si consideravano sovrani anche di Puglia e Campania; e perciò erano
in guerra con Carlo I d’Angiò, anche lui titolato Rex
Siciliae, ducatus Apuliae et principatus Capuae, qualifica ricevuta però
come feudo dalla chiesa. In realtà Federico era stato eletto dal parlamento
siciliano “re di Sicilia”, di una Sicilia insomma che si rifiutava di
tornare sotto gli Angioini; ed era stato riconosciuto re della sola
isola dalla pace di Caltabellotta nel 1302, con il titolo di Rex Trinacriae.
In
virtù dell’eredità materna, Federico cercò da parte sua, per tutta la vita,
di riprendersi anche la parte peninsulare del vecchio regno.
Questa
sua aspirazione non era in ogni caso condivisa né (per ovvie ragioni) dagli
Angiò, né dai baroni siciliani. I quali tra l’altro, in virtù
dei patti costituzionali, erano tenuti a prestare servizio
feudale al re solo quando questi combatteva in Sicilia, giacché i patti
costituzionali implicavano una politica estera difensiva
mentre Federico si gettò a capofitto in una politica estera offensiva ed
espansiva. Re Federico pertanto poteva contare solo sulle proprie forze per
combattere contro Napoli nella penisola. Questa situazione contraddittoria
comportò la defezione di molti maggiorenti siciliani i quali, considerandola
come un tradimento dei Patti, passarono dalla parte degli angioini, compreso il
grande sostenitore di Federico, Ruggero di Lauria.
Ma
la problematica più insidiosa proveniva proprio dalla modalità di elezione del
re e dalla sua posizione nel parlamento. Visto con occhio moderno, Federico era
un re costituzionale che ascoltava il suo parlamento e con esso decideva: un
primus inter pares. I baroni in quanto suoi pari non gli dovevano obbedienza
e fedeltà come se ne dà a un dominus;
ma gliela tributavano come ad un loro compagno. Pertanto, nonostante le buone
premesse, la situazione non era delle migliori per il re aragonese e,
considerata l’arroganza e la sete di potere dei baroni, i quali non erano
certo in quel caso cavalieri della tavola rotonda alla ricerca del Santo Graal,
essa gettava le basi per quello strapotere baronale che tanto ha pesato nella
storia successiva della Sicilia.
Federico tuttavia, grazie al suo carisma, ebbe sempre la capacità di destreggiarsi abilmente, scendere a compromessi, e regnare per 40 anni senza lasciarsi mai completamente sopraffare. Il prezzo pagato fu il consolidamento di una posizione di enorme privilegio del ceto baronale (cui andarono regolarmente, per tenerli buoni, tutti gli incarichi di rilievo), e l’emarginazione delle popolazioni cittadine, cioè della borghesia economica, sociale, politica e culturale, tutte tenuti rigorosamente fuori dalle cariche decisionali.
Cosa quest’ultima di cui ancora paghiamo il conto.
Moneta coniata in Sicilia da Federico III
La
gestione degli affari cittadini era prerogativa esclusiva dei militi (creature
personali e fidatissime del re), regolarmente eletti, previa autorizzazione
regia, o direttamente nominati dal re, atti a garantire l’ordine e la stabilità
politica. L’ordinamento del regno federiciano prevedeva che le campagne
fossero rette in proprio dall’alta nobiltà, e che le città demaniali
fossero
amministrate dalla piccola nobiltà (i milites) per conto della monarchia. I militi avevano pertanto il consenso della monarchia, ma quasi mai
quello popolare; e fu proprio grazie a questa discrepanza che la grande nobiltà
riuscì ad insediarsi anche nelle città, divenendo potenti signorie urbane e
riuscendo a garantire ciò che i militi non sapevano assicurare, proprio grazie
alla loro grande autorità.
Federico
III d’Aragona si accorse del gioco sporco dell’alta nobiltà, ma non poté
fare altro che emanare una legge deplorante la formazione delle clientele
personali nelle città demaniali. Era una legge destinata a cadere nel vuoto,
vuoi per il sistema stesso della costituzione, vuoi per la massiccia presenza
dell’alta nobiltà, che fin dai tempi dei re normanni possedeva sontuosi
palazzi in città, vuoi ancora perché facilitavano il commercio dei beni di
prima necessità tra le campagne e la città; e vuoi infine per il lavoro che
creavano con la costruzione e l’ampliamento di ville, palazzi, con i
conseguenti arredi, carrozze, ecc.
Così
poco potere aveva Federico nei confronti dei nobili (ricordiamo che era solo primus inter pares e che i baroni non erano “nobili” cavalieri
della tavola rotonda) che finì con il violare la sua stessa costituzione
concedendo a talune potentissime famiglie le cariche cittadine e favorendo la
formazione di fazioni baronali, in tensione tra loro; tensioni che esplosero
alla sua morte, destabilizzando fortemente il regno.
In
realtà, a ben guardare ben poco aveva concluso Federico nel suo quarantennale
regno. L’unico successo a sua favore era stata la pace di Caltabellotta del
1302. In quel trattato era previsto che alla morte di Federico III la Sicilia
dovesse ritornare al vecchio Regno di Sicilia sul quale regnavano, da Napoli,
gli Angioini. Ma Federico aggirò quella clausola associando al trono il figlio
Pietro II, che alla morte del padre regnava già da 16 anni; e non si pose
quindi alcun problema di successione. Il conflitto, diplomatico quanto militare
con Napoli, continuò pertanto senza tregua.
La
politica estera di Federico, come abbiamo già detto, fu in contraddizione con
quanto scritto nella costituzione: egli non si dedicò alla difesa ed al
potenziamento economico della Sicilia, e pur abitando e regnando esclusivamente
nell’isola per 40 anni, non cessò mai di aspirare alla corona del vecchio
Regno in qualità di erede dei diritti imperiali Svevi, in considerazione della
illegittima donazione della Chiesa agli Angiò.
Invece
di consolidare il suo regno devastato da anni
di guerre, egli si dedicò alle conquiste militari in Oriente che, secondo lui,
avrebbero dovuto facilitargli la conquista di Napoli, con l’ambizione di
cingere la corona di Gerusalemme - in testa all’Angiò - ed anche la corona di
Bisanzio.
Le
ambizioni di Federico furono rovinose per lo Stato siciliano, che venne così ad
inimicarsi il papato e la Francia e ad essere coinvolto, senza averne i mezzi,
in una politica continentale che aveva per protagonisti l’impero, le grandi
potenze, le repubbliche marinare, i guelfi ed i ghibellini.
Federico
però non conosce né l’Italia né l’Europa: è sempre vissuto in Sicilia ed
è privo di bravi consiglieri di politica estera e di bravi diplomatici. È
ancora convinto del ruolo dell’Impero, e non si rende conto che l’asse
geopolitico si sta spostando verso Ovest: fiduciosamente attende che un
Imperatore muova verso l’Italia.
Federico
si convince di avere la sua occasione favorevole
nel 1309, anno in cui muore Carlo II d’Angiò, gli succede
Roberto, papa Clemente V si trasferisce ad Avignone ed in Germania viene eletto
imperatore Enrico VII.
Enrico
VII decide di scendere in Italia, in accordo con il papato e la Francia per
essere incoronato a Roma. Questa eventualità rinfocola le insanabili ruggini
tra guelfi e ghibellini. I Guelfi sono supportati da Roberto d’Angiò e dal papa, i ghibellini confidano nell’imperatore e nel re di
Sicilia.
è
a questo punto che Roberto d’Angiò compie un errore diplomatico: come re di
Sicilia egli è vassallo del papa, ma in qualità di titolare delle contee di
Folcalquer e della Provence è vassallo dell’imperatore, e come tale ha
l’obbligo di rendere omaggio a Enrico VII. Roberto si rifiuta di rendere
l’omaggio, anzi gli aizza contro i guelfi di Firenze e gli impedisce con le
armi di entrare in Roma per l’incoronazione.
Roberto
si è macchiato del
reato gravissimo di lesa maestà, che viene immediatamente punito dalla
procura imperiale la quale lo processa in contumacia, e lo depone sia dalle
contee francesi che dal regno di Sicilia. Naturalmente Roberto non si allontana
da Napoli ed attende l’inevitabile scontro con l’imperatore.
Federico a questo punto, senza concordare con Enrico né dichiarare guerra a Roberto (tanto come re di Napoli è stato deposto!), dà inizio alle ostilità sbarcando in Calabria ed occupando diverse città.
A
questo punto però l’imperatore lo chiama in suo soccorso al nord, e Federico
è costretto a salpare con la sua flotta. Giunto nel golfo di Napoli, arriva la
notizia della morte improvvisa dell’imperatore. Per Federico è la disfatta,
non solo militare ma anche morale e politica. Sia a Napoli che ad Avignone viene
montata una campagna di discredito contro di lui in quanto reo di aver attaccato un re cristiano (anche se deposto) senza previa dichiarazione di guerra! Riprese così la guerra tra Napoli e Sicilia,
che sarà infinita. Nessuno
dei due contendenti era però abbastanza forte da sopraffare l’altro, ed
entrambi vengono abbandonati dai loro alleati, occupati come sono nelle proprie
faccende interne.
Federico
torna a sperare con la discesa in Italia di Ludovico il Bavaro, ma anche questa
volta fallisce perché l’invio delle truppe baronali dovutegli per servizio
feudale arrivarono con due settimane di ritardo (volutamente?), e Ludovico,
stanco di attendere, rinuncia
ad attaccare Roberto tornandosene in Germania.
Federico e Roberto continuarono la loro guerra ininterrottamente. Roberto attaccava in maniera piratesca la Sicilia mettendola a ferro e a fuoco, devastando ripetutamente le coste, distruggendone i raccolti per provocare la carestia; ma non riuscì mai a piegarne la resistenza.
Ad
onore di Federico va comunque detto che non si diede mai per vinto nonostante le
ripetute scomuniche (anche per via delle tassazioni cui sottopose le chiese per
sovvenzionare la guerra contro Napoli, e cioè contro il papa) e l’interdetto per tutta l’isola che durò ben 14 anni.
Dopo
la morte, avvenuta nel 1336, di Federico cui successe Pietro II, altresì
venuto meno il suo carisma, i baroni siciliani si impadronirono delle terre
demaniali e delle città, convertendole in signorie personali, entrarono in
competizione tra loro schierandosi in fazioni avverse. Si creò uno stato di
anarchia.
Nonostante
il caos interno, la politica estera proseguì però come sempre: in guerra con
Napoli. Questa situazione belligerante fu risolta alla fine sotto Federico IV,
detto il Semplice, che con il trattato di pace del 1372 pose fine alla guerra
dei 90 anni, ottenendo il riconoscimento internazionale del regno di
Sicilia.
Il raggiungimento di questo accordo fu frutto di trattative iniziate dopo la morte di Pietro II. A Pietro successe il minorenne Ludovico, di cui fu designato come tutore e vicario Giovanni, duca di Randazzo.
Il
duca Giovanni, conscio che causa della lunga guerra, così come era stata anche
causa degli fine degli Svevi, era la concezione della dottrina imperiale fino ad allora perseguita, cambiò politica estera;
molto
abilmente approfittò della situazione di pericolo in cui versava la regina
Giovanna I di Napoli, visto che era sceso in Italia il re d’Ungheria, e si
apprestava ad attaccare Napoli per vendicare la morte del fratello, marito di
Giovanna e ucciso da lei. Il duca di Randazzo prese contatti sia con il re
d’Ungheria per stringere un patto di alleanza contro Giovanna, sia con
Giovanna la quale, per paura di perdere il regno, si mostrò disposta ad un
accordo. Tanto per lo Stato Siciliano che per il “vecchio” Regno di Sicilia,
la pace era ormai necessaria: erano sfiancati, impoveriti, distrutti.
Con
la mediazione di papa Clemente VI, il duca Giovanni e la regina Giovanna stesero
la bozza di un trattato nel quale Napoli rinunciava ai suoi diritti sulla
Sicilia; la Sicilia riconosceva, in quanto Stato autonomo, di far parte del
vecchio regno di Sicilia e si impegnava ad aiutare militarmente Napoli in caso
di guerra. Inoltre, poiché il regno di Sicilia era feudo della chiesa, il re di
Sicilia (isola) si impegnava a versare al papa un censo annuo di 3000 onze (come ai tempi dei
Normanni), e Giovanna si impegnava ad indurre il papa
ad approvare la pace nonché a togliere la scomunica che per anni aveva pesato
sul re di Sicilia ed i siciliani. Tutto sembrava andare per il meglio, ma come
sapete, spesso il diavolo ci mette la coda (specie essendoci di mezzo un papa),
e il povero Giovanni morì di peste prima di poter far ratificare il trattato
dal parlamento, e quindi firmarlo. Il duca Giovanni, morendo, aveva designato
nel testamento come tutore e vicario di re Ludovico, ancora minorenne, il
catalano Blasco d’Alagona, che non piacque ai baroni siciliani; pertanto il
trattato, preso in mano da Blasco, non fu ratificato dal parlamento.
Bisognerà
aspettare il 1372, quando, regnante Federico IV il Semplice, con l’aiuto di
papa Gregorio XI furono riprese le trattative con la regina Giovanna. Questa
volta le condizioni furono diverse: Federico era riconosciuto re di Trinacria e
Giovanna regina di Sicilia; il regno di Trinacria doveva essere considerato
“grazioso” dono della regina Giovanna. Federico avrebbe pertanto dovuto
giurare fedeltà fare atto di omaggio a Giovanna, versando a lei un tributo di
tremila onze.
Alla
morte di Giovanna tuttavia, Federico sarebbe stato liberato da questo onere, e
avrebbe, in più, ricevuto l’isola di Lipari.
A
tutto ciò e ad altre piccoli dettagli che qui sono riportati, papa Gregorio
aggiunse il suo carico da undici:
1) entrambi i contraenti dovevano rendere omaggio di sudditi al pontefice, in quanto i due regni erano considerati feudi della chiesa;
2)
la
figlia di Federico, Maria, in mancanza di eredi maschi, doveva succedergli nel
regno;
3)
una parente della regina Giovanna (Antonia) doveva sposare re Federico (rimasto
prematuramente vedovo).
Fu
così che durante la cerimonia nuziale, svoltasi a Messina, Federico giurò
fedeltà al papa ed il papa tolse la scomunica alla Sicilia.
«Tanto
rumore per nulla», avrebbe detto Shakespeare, e proprio in Messina. Tutto era
cominciato con Federico II di Svevia, che non aveva voluto riconoscere
l’autorità del papa sul regno di Sicilia trascinando alla rovina la casata sveva; continuò con Federico III d’Aragona per lo stesso motivo, ed un quarto
Federico, detto il Semplice, finalmente chinò la testa al papa.
Con
questo trattato,
nominalmente ma solo nominalmente, il Regno di Sicilia veniva ricucito; i due
regni infatti erano ormai ben distinti come identità e come organizzazione
politica.
La
Sicilia però non ne ebbe alcun beneficio: le lotte baronali la distruggevano,
il re non aveva alcun potere sui baroni e spesso doveva chiedere aiuto ed
ospitalità a quelle poche famiglie rimastegli fedeli. Non era libero nemmeno di
recarsi da Palermo a Catania perché gli si negava, da parte del conte di Geraci,
l’accesso al passo di Castrogiovanni! L’anarchia era totale ed
incontrollabile! Fu in questo clima che Federico IV morì, lasciando come erede
la figlia quattordicenne Maria, e come tutore vicario Artale d’Alagona.
Artale
svolse bene le sue funzioni di tutore, ma impossibilitato di “governare” i
baroni, passato qualche anno in inutili tentativi, li convocò proponendo loro
di costituire un Vicariato regio
collegiale, un governo collettivo tra i quattro baroni più influenti. Nacque
così il governo dei quattro Vicari generali, formato da Artale d’Alagona
in qualità di vicario della regina, da Manfredi Chiaramonte, conte di Modica,
da Guglielmo Peralta, conte di Caltabellotta e da Francesco Ventimiglia, conte
di Geraci. I quattro Vicari avrebbero dovuto governare congiuntamente, ma come
sempre tutto rimase sulla carta in quanto la Sicilia venne praticamente spartita
in quattro vicariati autonomi e i quattro Vicari si riunivano solo per questioni
di carattere generale. Per un po’ tutto andò bene, ma la bomba riesplose al
momento di scegliere il marito per la regina Maria.
Artale
d’Alagona aveva preso segretamente contatto con Gian Galeazzo Visconti; la sua
era una scelta che mirava a conservare il regno di Sicilia nell’ambito degli
interessi italiani, mantenendone l’indipendenza e sottraendola così
all’influenza spagnola, e al rischio
di perdere l’indipendenza.
Martino il Giovane
La scelta non piacque agli altri vicari, e nella generale anarchia i Moncada e i Chiaramonte commisero l’errore irreparabile di rapire la regina Maria; non sappiamo con quale fine, forse, ma sono solo mie illazioni, con lo scopo di maritarla ad un rampollo dei Chiaramente o dei Moncada. La cosa però causò l’intervento diretto di re Pietro IV d’Aragona che fece prelevare e condurre in Aragona Maria, e qui la maritò a Martino il Giovane, figlio del suo secondogenito Martino il Vecchio, dopo il rifiuto del primogenito Giovanni, a quanto sembra innamorato di un’altra donna.
Dopo
le nozze, Pietro IV d’Aragona, in osservanza della legge salica e
disconoscendo quanto convenuto nella pace di Napoli (che l’erede designato al
trono di Sicilia era Maria), rivendicò per sé il trono di Sicilia, in quanto
titolare dei diritti ereditari svevi, si autoproclamò re di Sicilia e poi concesse il titolo a Martino il
Giovane. Tutto questo avvenne senza che alcun siciliano fosse consultato, e fu
avallato dall’antipapa Clemente VII.
Naturalmente
queste decisioni provocarono la ribellione sia dei baroni che del popolo
siciliano e anche di papa Urbano VI. Ribellione che sfociò in una guerra
“civile” (si trattava di una guerra tra le truppe agaronesi del re di
Sicilia Martino il Giovane e il “suo” popolo siciliano), durata cinque anni
e conclusasi con la vittoria degli aragonesi.
Intanto
in Aragona sia Pietro IV che il successore Giovanni I erano morti ed il regno
era passato a Martino il Vecchio, con la conseguenza che Martino il Giovane si
venne a trovare nella situazione di essere contemporaneamente re di Sicilia ed
infante d’Aragona.
Anche
la
regina Maria ben presto morì, senza lasciare eredi.
Era
il 26 maggio 1401 e con lei si estinse la dinastia aragonese-sicula,
rappresentata da 5 monarchi: Federico III, Pietro II, Ludovico, Federico IV e
Maria, tutti meno Federico III nati in Sicilia e tutti, compreso Federico III,
cresciuti, vissuti, morti e sepolti in Sicilia.
Martino
il Giovane, trascorso un anno, convolò con Bianca di Navarra, ma tre anni dopo
morì in Sardegna durante una spedizione, ed essendo senza figli il regno di
Sicilia passò nelle mani di suo padre Martino il Vecchio, re d’Aragona.
L’indipendenza,
durata poco più di un secolo (1296-1401), era finita per sempre e alla luce
degli avvenimenti precedentemente esposti possiamo affermare che l’arroganza,
la sete di potere, di denaro e la miopia del baronaggio isolano, e dello stesso
Federico III, buttarono al vento la possibilità di consolidare e far prosperare
quello Stato costituzionale, “moderno” e libero, che era nato dalla
rivoluzione del Vespro.
Forse
i tempi non erano maturi per una costituzione che, almeno sulla carta, prevedeva
il suo re come primus inter pares
e anteponeva gli interessi dello Stato a quelli personali. E forse non lo
sono ancora; e non solo per la Sicilia e i siciliani.
Bibliografia
F.
Giunta,
in Storia della Sicilia, vol.
III;
I.
La Lumia,
Storia siciliana, a cura di F. Giunta,
Palermo 1969;
Federico III d'Aragona re di Sicilia (1296-1337), Atti del Convegno di studi (Palermo, 27/30 novembre 1996), a cura di M. Ganci, V. D'Alessandro, R. Scaglione Guccione, in «Archivio storico siciliano», s. IV, vol. XXIII (1997).
F.
Renda,
Storia della Sicilia dalle origini
ai giorni nostri, Sellerio, Palermo 2003.
©2005 Fara Misuraca